SINOSSI

Sono gli anni 90’, siamo in una paesino immaginato del Sud, Quadrella, 16.000 abitanti, 9 chiese, 1 cineteatro, 8 piazze. Gli anni degli sbarchi degli Albanesi sulla costa, delle cabine a gettoni e dei primi telefoni Sip a tasti. La famiglia Indino è una famiglia rinomata in paese; una famiglia di commercianti di elettrodomestici e bomboniere da generazioni. A casa Indino ci sono Barbara e Armando. Hanno tre figli: Ivana, che ora è al nord, Stefania Betulla, 17 anni compiuti da poco, adolescente irrequieta come tutti gli adolescenti e Attilio 9 anni. Dagli Indino spesso c’è Nonna, che fugge da casa sua perché infestata da moscerini della frutta, casa che alla fine verrà demolita per evitare ogni deposito di larve. Attilio da qualche tempo, per ragioni non note, si comporta come un vecchio di ottant’anni. Dai vestiti del nonno, al farsi frullare qualsiasi cibo, dalla scuola marinata per le bocce o la briscola coi pensionati di Piazza Umberto, al regolare appuntamento con Radiomaria per il rosario delle 7.30, sino alla compilazione del testamento durante le visite ai cantieri, Attilio mostra chiare attitudini ageè. Da alcuni segni di eccentrismo, scambiati per gioco, il comportamento del bambino diviene una faccenda che gli Indino non hanno gli strumenti per gestire. E poi, la gente, cosa ne dirà? Le dinamiche disfunzionali della famiglia vengono alla luce e ognuno a proprio modo è costretto a prendere contatto con la diversità, forse anche la propria, che tanto cerca di cancellare o non vedere. E poi c’è la religione, le risposte che può dare solo una croce appesa, e forse Attilio è proprio il caso che vada in convento.

NOTE DELL’AUTRICE

Dopo la lettura de “L’uomo di sabbia” di Hoffmann sono stata ossessionata dal perturbante, l’estraneità in ciò che si possa dire familiare. Mi sono stupita di trovarmi a scrivere cose che mi riconducevano a una casa, che esiste ancora. O dei pezzi. Il nucleo dove impariamo le prime cose per sopravvivere, i primi suoni, dove ci sono le prime persone da imparare ad amare. Quale movimento mi sta riportando in quella casa oggi? Da quali parole siamo stati nutriti o avvelenati? Strumenti limitati, ascritti in un circuito dal quale non si può avere che solo l’illusione di sfuggire. Cosa non va più via? Attilio vive in una famiglia dove le parole sono pericolose, quelle usate per ridurre il mondo a un’immagine intellegibile e rassicurante, quelle che silenti soggiacciono a violenza e pregiudizio. Quelle parole che divengono inevitabilmente fondanti nel nostro carattere e filtri per i nostri sentimenti.
Parole come armi inconsapevoli. Il progetto di scrittura e messa in scena parte dal desiderio di raccontare una piccola storia. La vicenda è vissuta e agita da tre donne, ma una sola attrice in scena. Tre generazioni che convivono sotto lo stesso tetto e che ci aprono al tema del perturbante. La casa come luogo di confidenza e segreti. Attraverso queste tre donne accediamo a un interno, Casa Indino. Attilio non è inscenato, è una sorta di fantasma che si aggira lasciando tracce che le tre donne raccolgono e vivono nel tempo della pièce. Il tempo è quello della distruzione di ogni schema conosciuto, dove un bambino che anela alla vecchiaia, crea un cortocircuito nelle relazioni fra persone conviventi, fra loro e con se stesse, mettendo in luce la fallibilità degli schemi e delle tradizioni ereditate acriticamente nella staffetta che va dai nonni, ai genitori, ai figli, ai sogni di sé. La proposta grottesca di Attilio si ascrive a una mia personale questione sull’anzianità, sul desiderio di saltare a piè pari quel burrone chiamato maturità ma anche una domanda sulla società gerontocratica che vivo. E la collocazione di questa storia all’interno di una provincia è il tentativo di deviscerare gli effetti della mentalità provinciale sulle sincere ambizioni delle persone. Forse è l’esperimento che non ho fatto nella vita. E che immagino. Come lasciare in casa una bomba a orologeria, che nessuno ha la facoltà di disinnescare, e nel tempo del presunto arrivo della detonazione si aprono le storie di persone costrette a modelli di vita obbligati che fanno tacere le proprie reali pulsioni interiori. Attilio sarebbe il mio gioco biografico con cui distruggere la famiglia come coagulo di sangue sacro, dove si trasmettono visioni, modelli, parole e fatti.

SPAZIO e SUONO

Lo spazio che stiamo immaginando con i colleghi che collaborano con me, è un luogo claustrofobico come la casa ma al contempo un bosco, un cortocircuito tra il desiderio di evadere e di rimanere nello stesso luogo. Tutto quello che accade fuori dal poemetto grottesco di Casa Indino è filtrato da oggetti come televisori, radio, telefoni, che permettono di accedere fuori pur mantenendosi ben chiusi in casa.
Avremmo voglia di sviluppare questa intuizione scenica nella sua totalità: la drammaturgia parlata si incrocia ai suoni prodotti dagli elettrodomestici, presenze sonore e invasive, che stanno diventando una cifra per noi importante. Abbiamo cominciato a rendere gli oggetti attivabili in scena dalla performer attraverso pulsanti/pedali per rendere il tutto diegetico. Oltre a questo meccanismo di manipolazione, vorremmo creare sinfonie rumorose che interagiscano con l’interprete, come se da semplici oggetti in scena utilizzabili, divenissero poi presenze autonome e spaventose, attraverso una manovra elettrica che consenta di utilizzarli anche dalla regìa. Da un parte vogliamo sviluppare una drammaturgia sonora estemporanea fatta di frullatori, Radiomaria, TG, che ricreino la situazione di una casa ordinaria, dall’altra vogliamo sviluppare l’aspetto fantasmatico della pièce attraverso un uso tecnologico del suono. Mi piacerebbe introdurre nella seconda parte della pièce le potenzialità del MaKey MaKey (https:// www.youtube.com/watch?v=rfQqh7iCcOU) L’idea è quella di passare da suoni visibili, diegetici, reali in quanto presenti agli occhi, a suoni generati in scena ma che non corrispondano alla fonte “suonata”. Cosa accade se toccando dei bigliettini di carta -che Attilio lascia per casa,- questi suonano come un mare che sbatte sulla battigia? L’esplosione di senso di questa possibilità mi stimola moltissimo durante la stesura del testo. Vorremmo usare tempo e risorse investite dalla residenza per verificare scenicamente come la drammaturgia, la performance e le idee sonore possano funzionare. Abbiamo presentato un abbozzo presso il concorso Lidia Petroni di Residenza Idra a novembre, vincendo la residenza a Brescia. Link ai 20 minuti primo studio su Attilio, premio Lia Petroni https://youtu.be/7lq8sX0cD1M

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